All’inizio era una soluzione immediata, sempre disponibile. Uno spazio privato, senza
richieste né attese. Mi sembrava un modo per scaricare la tensione, riempire i momenti
vuoti, mettere a tacere pensieri scomodi. Funzionava, almeno all’inizio.
Con il tempo, però, qualcosa ha iniziato a cambiare. La curiosità ha lasciato spazio
all’abitudine. Ho iniziato a preferirlo al mettermi davvero in gioco, e il desiderio non era più
orientato verso l’incontro, ma verso la comodità. Quella che sembrava una scelta si è
trasformata lentamente in automatismo.
A un certo punto ho avuto la sensazione di non riuscire più a tornare indietro. Non si trattava
più di piacere, ma di evitare il vuoto, l’ansia, la solitudine. Era un modo per non sentire.
Solo dopo ho capito che, quando un comportamento serve soprattutto a coprire qualcosa,
sta chiedendo di essere ascoltato.